Il Programma Barroso 2009-2014: il concetto di Crescita Sostenibile va autonomizzandosi dalla lotta al Cambiamento Climatico

20 06 2009

  

Foto: Miguel A. Lopes/Flickr

Foto: Miguel A. Lopes/Flickr

Attraverso un’economia sociale di mercato fondata su opportunità, responsabilità e solidarietà condurre le nostre economie fuori dalla crisi attuale, preparando la strada per una crescita economica più intelligente, verde e sostenibile. Sembra questo il cuore dell’abbozzo di programma, presentato prima al Consiglio ECOFIN del 9 giugno scorso e perfezionato in una lettera inviata ai Capi di Stato e di Governo intervenuti al Consiglio Europeo del 18 e 19 giugno, con il quale José Manuel Barroso persegue la rinomina a Presidente della Commissione Europea per il mandato 2009-2014.

E’ troppo presto per entrare in merito ai progetti specifici in materia di Energia e di Ambiente: in entrambi i casi, l’abbozzo non copre che 2 pagine e concerne in primo luogo i valori e i principi che dovrebbero muovere il mandato Barroso Bis. Due concetti su tutti: ambizione e rafforzamento, il primo riferito all’azione dell’Unione, il secondo alla sua struttura.

Nondimeno, possiamo rilevare un mutato approccio ai temi energetico-ambientali. Gli impegni per la lotta al Cambiamento Climatico e per la preservazione della Sicurezza Energetica del continente appaiono insieme ma spaiati rispetto al concetto di “economia più verde, intelligente e sostenibile”. Si tratta propriamente del contenuto dei 6 punti in cui Barroso raccoglie le sue “ambizioni” per il futuro dell’Europa: una disposizione simbolica ma non per questo meno rilevante.

La Transizione verso un’”Economia più verde, intelligente e sostenibile” sembra invece far rima con Uscita dalla Crisi. Si tratta di un punto molto interessante: riflette, ritengo, una certa volontà di distinguere la lotta contro il Cambiamento Climatico, che in questo periodo di difficoltà economiche più Governi percepiscono (ancora) come un fardello di puro connotato ”etico”, dall’opportunità meramente economica di puntare sulla Green Economy per rilanciare il PIL e l’occupazione. In tal senso, non dimentichiamo che Barroso rappresenta un candidato di centro-destra.

Che dire? Personalmente, stimo positiva tale “transizione” concettuale: portare la Sostenibilità al centro del discorso di Politica Economica come principio pratico per efficaci misure di ripresa al contempo

  • sancisce la credibilità assunta agli occhi dei dirigenti europei dal principio di Sostenibilità quale criterio di uno sviluppo economico e sociale più equilibrato, confutandone la precedente visione da masochistica e decadente denuncia morale da fine regno “capitalistico”; credibilità questa già affermata dalle maggiori Imprese internazionali;
  • contribuisce a convincere i Governi dell’opportunità anche economica di applicare concretamente tale criterio nella definizione delle loro politiche nazionali.

Resta ora da verificare che gli ulteriori sforzi necessari per “proteggerci” dal Riscaldamento Globale (in primis, garantire l’adattamento delle Comunità più esposte) vengano effettivamente intrapresi e difesi nelle sedi internazionali, a cominciare dai negoziati pre-Copenhagen.

Un ultimo appunto: chiaro è il riferimento alla volontà di mantenere la leadership europea nella lotta al Cambiamento Climatico e di fare delle imprese e delle tecnologie europee le pioniere della low carbon economy. Ancora una volta all’insegna dell’”opportunità” di agire dunque, in perfetta coerenza con il trittico valoriale che apre il Programma di Barroso: “opportunità, responsabilità, solidarietà“.





Consiglio Europeo 18-19 giugno 2009: una flebile voce in vista di una posizione comune Clima-Energia per il G8 de L’Aquila? Riassunto e valutazioni

19 06 2009

 

Fischer_BarrosoUna riproposizione delle posizioni e delle iniziative intraprese in precedenza. E’ quanto si può dire in materia energetico-ambientale di un Consiglio Europeo peraltro passato pressoché sotto silenzio nei principali quotidiani europei online della serata.

Il rafforzamento della stabilità dell’Unione sembra esserne il risultato più rilevante. I contributi maggiori del vertice risultano infatti essere la riconferma di José Manuel Barroso a Presidente della Commissione per la legislatura 2009-2014 (da vedersi ancora la conferma dell’Europarlamento in programma, auspicabilmente, per la prima sessione plenaria prevista tra il 14 e il 16 luglio) e le rassicurazioni agli euroscettici elettori irlandesi in merito alle implicazioni giuridiche del Trattato di Lisbona. Indubbiamente dei passi importanti in un momento in cui la sovrapposizione di rinnovo del Parlamento, rotazione della Presidenza e crisi economico-finanziaria rischia di minare la spinta propulsiva dell’Europa in vista della Conferenza di Copenhagen sul post-Kyoto in dicembre.

Ben limitato appare però il contributo alle tematiche direttamente energetico-ambientali che pur costituivano il secondo punto per valenza sui quattro all’ordine del giorno. Le 3 pagine consacratevi sulle 16 delle Conclusioni della Presidenza sottolineano nuovamente come nell’attuale contesto di crisi sia giunto il momento, per la Comunità Internazionale, di agire al fine di ”passare ad un’economia sicura e sostenibile a bassa emissione di CO2, capace di generare la crescita e di creare nuovi posti di lavoro“. A questo scopo, l’Unione Europea ripropone:

  • l’importanza dei negoziati bilaterali al fine di giungere ad un accordo condiviso a Copenhagen. In tal senso, l’UE avanza l’esempio dei suoi recenti vertici con Canada, Cina, Giappone, Corea del Sud, Russia e Stati Uniti;
  • il suo impegno di leadership nella lotta al Global Warming e di riduzione delle proprie emissioni fino al 30% per il 2020 in caso di sforzo comparabile da parte degli altri Stati industrializzati e di contributo dei Paesi in via di sviluppo, secondo i criteri già decisi nel corso del Consiglio Europeo di marzo;
  • la problematica del finanziamento delle azioni di mitigazione e di adattamento al Cambiamento Climatico nei Paesi in via di sviluppo, approvando quanto proposto in sede di Consiglio ECOFIN del 9 giugno 2009. In particolare, si ripropone il principio della “contribuzione universale, complessivo e specifico” di tutti i Paesi, eccetto i meno avanzati, fondata sulla rispettiva ”capacità contributiva e la responsabilità delle emissioni“. Inoltre, “pur sottolineando il ruolo primario del finanziamento privato“, l’Unione Europea si dice pronta a contribuire al “sostegno pubblico internazionale” delle azioni di lotta al Cambiamento Climatico e auspica che i meccanismi e le istituzioni di finanziamento esistenti siano adeguatamente sfruttati;
  • la necessità di “strategie complessive di sviluppo a basse emissioni di carbonio da parte dei paesi in via di sviluppo al fine di condurvi efficacemente le necessarie azioni di mitigazione e di adattamento al Riscaldamento Globale;
  • le problematiche della Sicurezza Energetica dell’Unione, plaudendo all’accordo sulla Direttiva in materia di scorte strategiche di petrolio e al progetto di interconnessione del mercato energetico del Mar Baltico (all’interno della Strategia per la Regione del Baltico, priorità della Presidenza Svedese). Esprime nondimeno preoccupazione per le relazioni Russia-Ucraina.

Il Consiglio Europeo auspica inoltre che:

  • si realizzi l’intenzione della Presidenza del Consiglio entrante (quella Svedese) di elaborare un programma di lavoro tale che l’UE arrivi con una voce sola alle future negoziazioni pre-Copenhagen, avendo permesso prima agli Stati membri di ben chiarire all’interno le loro posizioni;
  • la “relazione della Commissione sull’attuazione della strategia per lo Sviluppo Sostenibile“, indicato come priorità dell’Unione nelle sue dimensioni economica, sociale e ambientale, venga esaminata al più presto dai Consigli futuri (probabilmente ECOFIN, ovvero dei Ministri dell’Economia e delle Finanze degli Stati membri);
  • una Strategia analoga a quella della Regione del Mar Baltico venga realizzata per la Regione Danubiana al fine di migliorare la Sicurezza Energetica dell’Unione Europea.

Che dire?

Definire non solo sostenibile ma anche “sicura” un’attività economica a basse emissioni: probabilmente questo il concetto più innovativo, che compare già nel primo, generico, paragrafo dedicato ai temi energetico-ambientali.

Per il resto, il Consiglio Europeo di giugno sembra cercare di sistematizzare gli importanti contributi in materia realizzati dopo il Consiglio di marzo (19-20 marzo 2009) e sopra citati.

Un’ultima rilevazione: i criteri della “capacità contributiva e [del]la responsabilità delle emissioni“ per individuare gli Stati, anche in via di sviluppo, suscettibili di contribuire al finanziamento delle azioni di lotta al Cambiamento Climatico nei Paesi più disagiati vanno proprio a sottolineare il principio di categorizzazione degli Stati per “grandezza” che i Paesi emergenti come Cina, India e Brasile più rifiutano, come hanno avuto modo di sottolineare durante gli ultimi Bonn Climate Change Talks.





Creare il post-Kyoto dopo i Climate Change Talks di Bonn: recriminazioni e ordine sparso?

15 06 2009

 

Allarmanti opinioni emergono in merito ai Bonn Climate Change Talks ad un weekend di distanza dalla loro conclusione avvenuta venerdì 12 giugno dopo 2 settimane di negoziati. Opinioni estremamente dissonanti con quanto espresso precedentemente dallo stesso Direttore Esecutivo della UNFCCC, Yvo de Boer, nel comunicato stampa ufficiale di conclusione dei lavori. E ben diverse dai pur limitati ottimismi che avevamo potuto rilevare nel precedente post dedicatovi.

L’espressione “physically impossible che lo stesso Yvo de Boer in data 11 giugno (giusto alla vigilia del termine dei lavori) aveva riservato al raggiungimento di un accordo a dicembre è stata infatti rilanciata da più parti. Il tema più spinoso, come rilevato, concerne la determinazione delle specifiche riduzioni nelle emissioni che ogni Paese accetta di attribuirsi: in merito, opposizioni importanti si rinvengono non solo tra Paesi industrializzati e in via di sviluppo, ma all’interno degli stessi Paesi sviluppati e tra gli emergenti e i Paesi più poveri.

Ed si fa insistente l’opzione di un mercato internazionale delle emissioni anche fuori da un quadro concordato a livello di Nazioni Unite (di UNFCCC dunque), come riportato nello stesso sito ufficiale della Conferenza di Copenhagen. La questione posta è di efficienza: dal momento che qualcosa per ridurre le emissioni va fatto, saranno più efficienti delle misure nazionali legalmente vincolanti sul piano domestico o un complessivo accordo internazionale che vincoli tutti (e che metta d’accordo tutti)?

Una delegittimazione degli sforzi ONU? una sconfitta del multilateralismo? una sconfitta dei Regimi Internazionali e di tutta la Teoria di Relazioni Internazionali che vi giace dietro? un segnale di volontà politica forte contro i gelosismi diplomatichesi interni alle Nazioni Unite, genere se-tu-non-ti-impegni-io-non-mi-impegno e hai-inquinato-e-ti-sei-sviluppato-ora-devi-impegnarti-di-più? una vittoria del buon senso e dell’urgenza di agire comunque? che opportunità, che minacce di tutto ciò?

Di fatto, al momento attuale le Parti sembrano condursi in ordine sparso:

Perché dunque opporsi alla fissazione di tetti nazionalmente determinati ma internazionalmente sanciti, di fronte a questi impegni volontari? La Ministro danese al Clima e all’Energia, Connie Hedegaard, auspica che i governi ai loro massimi livelli (e non solo i delegati) si riuniscano al più presto per superare tali particolarismi. Rinunciare ad un approccio internazionale-globale del problema del Cambiamento Climatico potrebbe infatti non solo tradursi in una capacità insufficiente di intervento sul fenomeno, ma anche in un’allocazione meno efficiente delle risorse finanziarie, tecnologiche e politiche per affrontarlo. Ovvero, a maggiori costi per tutti.

Food for thought, per ora. Nutrimento per il pensiero, dicono gli inglesi.





L’Unione Europea a 6 mesi da Copenhagen: un nuovo Parlamento, una nuova Presidenza e una Leadership da mantenere. Post 2: le rinunce forzate della Presidenza Svedese

14 06 2009

 

SwedenTaking on the challenge: ecco il motto che il Primo Ministro svedese, Fredrik Reinfeldt, riconosce alla propria Presidenza dell’Unione Europea, che si aprirà mercoledì 1° luglio 2009 e ci accompagnerà per 6 mesi fino ai cruciali appuntamenti di dicembre. In quanto Presidente di turno, la Svezia rappresenterà l’Unione alla Conferenza di Copenhagen 2009 e si appresta ora a iniziare il suo mandato con un Europarlamento appena eletto e una Commissione da rinominare. Here’s the challenge.

Ma anche Taking on the challenge di conciliare le priorità energetico-ambientali che l’Unione, e la Svezia, si erano date da tempo per questo semestre e le necessità immanenti di lotta alla disoccupazione e alle discriminazioni sociali che l’attuale Crisi economica ha fatto montare. E’ dunque comprensibile come, diversamente dai suoi predecessori (come la Germania, la Francia, la Repubblica Ceca), sia difficile trovare in rete un programma organico dell’azione che la Svezia si prefigge di realizzare in questi mesi: il sito della futura Presidenza delinea le priorità che ogni singolo Consiglio dei Ministri Europei dovrà darsi, ognuno nel limite delle proprie competenze. Ecco che sembra mancare una gerarchizzazione formale dei diversi temi: il rimescolamento indotto dalla Crisi ha obbligato la Presidenza a rivedere i propri obiettivi e a pensare piuttosto ad una conduzione estremamente flessibile, addirittura quotidiana, della situazione, come ben sottolineato nel sito del Governo svedese. La Svezia erediterà dai predecessori, ancor più del consueto, una sostanziosa parte della sua agenda.

Ma il Primo Ministro Reinfeldt ha il tempo, in data 9 giugno, di delineare, almeno informalmente, le sue priorità. E la lotta al cambiamento climatico rimane in seconda posizione, all’interno di un duo prioritario, comprensibilmente dopo la gestione dell’uscita strutturale dall’attuale crisi finanziaria ed ora occupazionale e sociale. Si tratta nondimeno di un rovesciamento significativo: l’impegno contro il Climate Change veniva considerato da numerosi analisti, ancora nell’autunno scorso, come la top one priority della Presidenza svedese, ancor prima di un generico, ma da tutti preteso, rilancio della competitività, della crescita e dell’occupazione europee.

E quest’impegno viene da lontano, non solo per la Svezia tradizionalmente sensibile a questi temi (si pensi a dove si svolse la prima conferenza internazionale sui rapporti tra ambiente naturale e attività umana nel lontano 1972: a Stoccolma). Orientativamente a partire dal 2007, con la Presidenza tedesca e il famoso Pacchetto 20-20-20, all’interno del dibattito energetico/ambientale europeo si percepisce uno shift dalle priorità ”Sicurezza Energetica” e “Creazione del Mercato Unico dell’Energia” (dogmi del documento fondante della Politica Energetica Europea, il ”Libro Verde per una Strategia Europea per un’Energia Sostenibile, Competitiva e Sicura“) alla promozione di una vera e propria “Transizione ad un’Economia sostenibile, a basso contenuto di carbonio”, passando per la divisa “A sustainable energy“.

Ebbene quest’evoluzione si riflette nel sostanzioso Programma Tripartito redatto da Francia, Repubblica Ceca e Svezia per i rispettivi 18 mesi di Presidenza e comparso nel giugno 2008. Strumento volto a coordinare meglio gli sforzi sul medio periodo e a dare maggior coesione alle Presidenze europee in attesa che l’entrata in vigore di un nuovo Trattato UE potesse prevederla formalmente. Si tratta di un testo estremamente focalizzato sulla sfida climatica: 4 sui 17 capitoli (di cui il secondo in ordine di comparsa e di importanza) vi sono dedicati.

Un accordo internazionale globale e ambizioso per garantire all’Europa un’energia sostenibile e competitiva. E’ (era?) questa la strategia individuata: l’orizzonte, esplicito nel documento, è la Conferenza di Copenhagen 2009. Con la piena coscienza dell’esizialità della leadership europea per un successo dei negoziati e dell’opportunità per l’Europa, in tal senso, di ben terminare i suoi compiti per casa in adeguato anticipo. Trattasi, da un lato, dei suoi “pacchetti legislativi energetici” interni, al fine di essere preparata ai nuovi fardelli del post-Kyoto; d’altro lato, degli abboccamenti privilegiati (e preventivi) con USA, Russia, Cina, India, Brasile al fine di spianare la strada all’accordo di dicembre.

L’Europa non sembra più disposta infatti a prendersi da sola gli oneri della lotta al Cambiamento Climatico e individua chiaramente in un comune regime internazionale la miglior arma contro una perdita di competitività delle sue imprese. Nel documento stesso (e dunque ancor prima dell’esplodere completo della Crisi attuale) l’UE si dice disposta ad ampliare il suo impegno di riduzione delle emissioni a -30% (e non solo 20%) all’orizzonte 2020 rispetto ai livelli del 1990, qualora altri Stati intraprendono la stessa strada. Interessanti a questo proposito gli esiti del recentissimo round preliminare di negoziati sul testo a venire di Copenhagen.

In tal senso, particolarmente dure (diplomaticamente parlando) le parole che Reinfeldt ha avuto per gli altri Stati (fuori Europa) nel suo discorso del 9 giugno: “other developed countries MUST now follow” (“gli altri Paesi industrializzati devono ora seguir[ci]“), nessun più contenuto ”may”, “shall” o “should”. Anche il successivo riferimento diretto (e nominale) agli sforzi di Obama assume una connotazione particolarmente urgente e pressante.

Dunque, che dire?

La lotta al cambiamento climatico rimane tra le massime priorità dell’agenda europea, l’Europa è conscia dell’importanza della sua leadership. Ma il quadro non sembra roseo: le risorse economiche, e politiche e mentali, dell’Unione dovranno essere ripartite tra i diversi obiettivi di stabilizzazione finanziaria e di rilancio economico e occupazionale.

Taking on the challenge ricorda Reinfeldt: ogni crisi è un’opportunità, come si premunisce di cominciare il suo discorso, facendo eco a quanto ripetuto in sede G8 e World Business Summit. E vi è da considerare l’importantissima avanzata dei Partiti Ecologisti alle elezioni per l’Europarlamento: la domanda da parte della popolazione vi è tutta.

Peccato però che in sostegno al suo capitolo Clima, Reinfeldt sia poi costretto a promuovere le energie rinnovabili e le tecnologie pulite con un argomento un tantino dissonante: “non avete mai pensato a quanto raddrizziamo le nostre bilance commerciali e dunque le nostre finanze pubbliche se riduciamo il peso delle importazioni di combustibili fossili?”. Certo, in tempi di crisi finanziaria…..

 

Qui il post 1 sulle elezioni e gli immediati impegni parlamentari.





Local Government Climate Change Leadership Summit (2-4 giugno 2009): valorizzare quanto già è stato fatto contro il Cambiamento Climatico

9 06 2009

 

A Copenhagen, in dicembre, saranno i Governi a decidere, ma poi per applicare veramente quanto prospettato molti altri attori dovranno non solo essere, ma anche sentirsi, attivamente coinvolti: e bisogna valutare quanto questi altri attori siano disposti e siano in grado di fare.

Questo è il messaggio, ancora una volta, di un ulteriore incontro al vertice tenutosi dal 2 al 4 giugno a Copenhagen, in preparazione della Conferenza di dicembre. Dopo quello delle Imprese, il World Business Summit on Climate Change.

E questa volta gli attori coinvolti sono le Municipalità e i Governi locali. Reti energetiche cittadine, smaltimento dei rifiuti, appalti pubblici, investimenti in edifici pubblici energeticamente efficienti, organizzazione dei trasporti pubblici: numerosi sono i capitoli che ricadono sotto il loro diretto controllo e che sono in grado di influire notevolmente sulle chances di lotta al Cambiamento Climatico. Pertanto, il loro appello ai Governi nazionali, seppur limitato a 3 striminzite pagine di Dichiarazione Finale, assume un tono particolarmente esigente.

Un approccio inclusivo che tenga conto di tutti i livelli di governo del territorio, dell’impatto specifico che il Cambiamento Climatico esercita sul piano locale e degli sforzi che sono necessari per garantire l’adattamento delle comunità alle sue conseguenze. Il rispetto di tale principio di Sussidiarietà (i problemi devono essere affrontati al livello di governo più vicino, quindi più basso, direttamente competente; solo in caso di incapacità di risolverlo da parte di questi, il caso sarà avocato dai livelli superiori) deve però accompagnarsi da un opportuno stanziamento di fondi. In tal senso, i Governi locali chiedono 1) che sia per loro possibile accedere ai meccanismi di finanziamento già previsti dal Protocollo di Kyoto e 2) che una particolare attenzione venga riservata ai Paesi a basso reddito.

Non solo: l’esperienza già formata delle Comunità locali nella lotta al Riscaldamento Globale deve essere riconosciuta, valorizzata all’interno del futuro accordo che vedrà la luce in dicembre e coordinata a livello nazionale e transnazionale. A tal fine, il Local Government Climate Change Leadership Summit ha inaugurato un innovativo sito Internet interattivo, the ClimateActionMap.org, che permetterà alle Comunità di scambiarsi informazioni sui loro attuali progetti di contenimento e adattamento al Riscaldamento Globale e imparare in tal modo una dall’altra.

Che dire?

1) alla luce della sempre più auspicata opportunità di costituire un Modello Energetico maggiormente decentralizzato, fondato sulle energie rinnovabili, il coinvolgimento dei Governi locali appare esiziale;

2) le Comunità locali rappresentano, per loro natura, la scala sulla quale più si è fatto concretamente per combattere il Cambiamento Climatico: valorizzare la loro esperienza costituisce un’occasione per riconoscere che qualcosa si può fare, qualcosa è stato fatto e credibilizzare complessivamente le azioni internazionali in materia;

3) l’impegno del governo danese, nella persona soprattutto della Ministro per il Clima e l’Energia Connie Hedegaard, appare davvero notevole. In particolare, il susseguirsi di incontri contribuisce a:

      a) mobilitare e sensibilizzare gli attori, anche quelli da cui spontaneamente non proverrebbe nulla, obbligandoli a riflettere almeno un istante sul tema: farli sentire rilevanti ai fini della risoluzione del problema;

      b) creare occasioni di federazione e di aggregazione delle posizioni degli attori: la possibilità, per le aziende, le municipalità, etc. di discutere tra loro e negoziare delle posizioni comuni rende ogni posizione raggiunta più solida e motiva gli attori che l’hanno formulata a difenderla più fermamente in sede di Conferenza dei Governi;

      c) credibilizzare la Conferenza di Copenhagen agli occhi di tutti gli attori che vi parteciperanno e che usufruiranno dei suoi risultati (i cittadini “del mondo” per intendersi);

      d) creare aspettative consistenti a livello internazionale sui Governi, accrescendo la percezione delle loro responsabilità qualora fallissero in dicembre.





Il settore dei Trasporti e la lotta al Riscaldamento Climatico: l’Automotive comincia a darsi una (seria) mossa

3 06 2009

 

A lui solo, il settore dei trasporti è responsabile del 27,5% dell’intero consumo energetico mondiale (dati IEA) e del 23% delle emissioni di gas serra totali (dati IPCC). Ad oggi, esso dipende per il 95% da una sola fonte energetica, il petrolio (IPCC), del quale rappresenta il 60,5% della domanda (IEA).

Mica male come “responsabilità”. E in questo contesto bisogna leggere il susseguirsi sempre più rapido delle novità tecnologiche che provengono dal settore. Accanto alle auto ibride sempre più diffuse, eccone (solo) alcune:

 § HyNor, la prima autostrada al mondo dotata di stazioni di rifornimento ad idrogeno, inaugurata l’11 maggio scorso in Norvegia, opera dell’azienda energetica norvegese StatoilHydro. Essa dispone di una flotta di 50 autoveicoli forniti da Mazda, Toyota e Think e servirà per testare e dimostrare le opportunità fornite da queste nuove vetture;

 § il KERS, Kinetic Energy Recovery System ovvero Sistema Cinetico di Recupero dell’Energia, in dotazione dalla stagione 2009 sulle vetture di Formula 1, che permette di recuperare sotto forma di energia meccanica, il calore, altrimenti dissipato, prodotto nelle bruschissime frenate delle monoposto. Tale dispositivo, recuperando fino a 80 cavalli che il pilota può decidere quando impiegare, permette di ridurre effettivamente il consumo complessivo di carburante, dunque le emissioni, nonché di migliorare le prestazioni delle vetture;

 § il sistema Start&Stop, di serie nella nuova AUDI A4 2.0 TDIe (la cui pubblicità circola attualmente sulle emittenti televisive e che sarà disponibile nelle concessionarie da questo mese di giugno), che spegne automaticamente il motore ad auto ferma, in folle e con il pedale della frizione rilasciato. In tal modo permette un risparmio di 0,2 litri/100 km, con una conseguente riduzione delle emissioni di C02 di circa 5 gr/km. Tra gli elementi di interesse, quest’AUDI presenta anche il sistema di “frenata rigenerativa” (che funziona come il KERS visto sopra) e ulteriori migliorie per incrementarne in maniera sensibile l’efficienza;

 § l’auto ibrida di tipo plug-in, che può ricaricare le sue batterie non solo in moto, come avviene attualmente, ma anche a prese di corrente disponibili a casa o a stazioni di ricarica, permettendole in tal modo di avere maggiore autonomia. La Volvo, prima casa automobilistica “premium” a proporne un progetto, conta di metterla sul mercato nel 2012.

Proprio a proposito di quest’ultimo punto, voglio attirare la vostra attenzione sull’interessantissima osservazione che apre l’articolo “L’elettrico alla svedese infiamma Volvo” apparso lunedì sul Corriere della Sera online:

L’industria automobilistica sembra aver capito che senza una partnership con le aziende energetiche pronte ad investire in una rete di stazioni di ricarica e a sfruttare il potenziale business delle ricariche, l’auto elettrica non ha futuro. Una strada tracciata negli ultimi mesi dal gruppo Nissan-Renault con la firma di una decina di accordi in tutto il mondo (anche in Italia con la lombarda A2A), dai tedeschi di Daimler (100 Smart elettriche a Milano, Pisa e Roma grazie all’intesa con Enel) e ora seguita anche da Volvo che a Stoccolma ha annunciato l’avvio di una joint-venture con Vattenfall.

Ecco dunque una nuova e promettente frontiera per fare “affari verdi” per le imprese energetiche. L’attuale crisi dell’Automotive, sia in termini di fatturato che di reputazione, potrebbe stimolare un nuovo tipo di investimenti non solo di modello ma anche infrastrutturali per rilanciare il settore.





La Giornata Mondiale dell’Ambiente (5 giugno 2009): “Your planet needs you”. L’impegno del Messico.

2 06 2009

 

Sempre con un riferimento a “Copenhagen 2009″, conferenza che in dicembre dovrebbe proporre un Trattato post-Kyoto più efficace e condiviso, si aprirà tra 3 giorni la Giornata Mondiale per l’Ambiente, organizzata dall’UNEP ogni 5 giugno dal 1972.

E ancora emerge un rimando chiaro alla crisi economica e alle opportunità che essa apre per un ”Green New Deal”, come sottolinea il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon nel suo messaggio. L’invito questa volta è rivolto non solo ai governi, riuniti in sede G8, o alle imprese internazionali, che si sono incontrate durante il World Business Summit on Climate Change, ma ai normali cittadini.

Coinvolgere attivamente gli individui come attori di uno Sviluppo più equo e Sostenibile e sensibilizzare le Comunità sul loro ruolo chiave per la lotta Cambiamento Climatico rappresentano infatti le priorità della giornata.

La protezione delle foreste, la lotta alla povertà e la lotta al Global Warming sono stati proposti quali sottotemi dal Messico, Paese ospitante dell’iniziativa in ragione del suo crescente impegno contro il Cambiamento Climatico. Come sottolinea Juan Elvira, Ministro messicano all’Ambiente e alle Risorse Naturali, il recupero delle foreste rappresenta infatti una priorità nazionale per il governo.Governo che si sta impegnando a “creare un Paese di eque opportunità, produttivo, efficiente, competitivo e rispettoso dei suoi asset naturali”. Il riconoscimento da parte della società civile e degli attori economici di tali asset (in termini sia di risorse sia di servizi che gli ecosistemi forniscono all’uomo -come il ciclo dell’acqua, dei rifiuti….-) come fondamenti dello sviluppo economico e del benessere sociale, rappresenta parte integrante di tale strategia.

Si tratta di una posizione estremamente avanzata e interessante, come riconosce Achim Steiner, Sottosegretario Generale ONU e Direttore Esecutivo dell’UNEP (Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite). Il Messico, non obbligato dal Protocollo di Kyoto ad alcuna limitazione alle emissioni, si è nondimeno impegnato volontariamente a porsi un tetto nazionale; il Paese si sta inoltre dedicando ad una profittevolissima produzione per l’esportazione di pannelli solari e, nella regione, è secondo solo al Brasile per ricorso ai Meccanismi di Sviluppo Pulito (Clean Development Mechanisms) istituiti con il Protocollo di Kyoto per i Paesi “in via di Sviluppo”. E come se ciò non bastasse, il governo remunera i cittadini proprietari di terre forestali affinché le proteggano.

L’augurio degli organizzatori è che l’impegno volontario di questo Paese (che ha compreso come l’Economia Verde possa generare un bel po’ di posti di lavoro) sia di esempio per tutti gli altri, a 190 giorni dall’appuntamento chiave di Copenhagen. Per ora, il motto che questa giornata vuole lanciare sembra essere “Seal the Deal” (in italiano suonerebbe “sigillare il patto”, “determinare il gioco”) a Copenhagen.





La Russia ad un turning point: una Nuova Dottrina di fronte al Cambiamento Climatico

28 05 2009

 

L’assenza di un opportuno sistema di adattamento al Cambiamento Climatico determina per la Russia una perdita annuale del 2-5% del PIL. E’ quanto afferma con forza Yuri Trutnev, Ministro russo per le Risorse Naturali, di fronte alle inondazioni, siccità e tempeste che colpiscono sempre più spesso il territorio della Federazione Russa. Per costi stimati attorno ai 2 miliardi di dollari ogni anno.

La Russia, questo Paese complesso e affascinante, ci offre oggi una splendida occasione per osservare la progressiva presa di coscienza dell’imperativo della “Sostenibilità Energetica” da parte della Comunità Internazionale. O meglio, ci mostra quanto la Comunità Internazionale abbia interesse a prendere tale coscienza.

Prima di 23 aprile 2009, le origini antropogeniche del Riscaldamento Globale e la portata dei suoi impatti erano infatti trattate con notevole indifferenza al Cremlino. La posta nel “gioco” della governance mondiale del Clima appariva peraltro ridotta per la Federazione: la firma russa nel 2004 permise al Protocollo di Kyoto di entrare in vigore, tuttavia essa implicava per il Paese un impegno quantitativamente limitato, visto il crollo post-1990 dei mastodontici livelli di emissione di gas serra sovietici (essendo il 1990 l’anno di rilevazione per il livello di emissioni da ridurre secondo Kyoto). Una firma con cui la Russia voleva piuttosto sdebitarsi del supporto che l’UE le aveva prestato per entrare nel WTO.

Ora invece il Global Warming è ritenuto portatore di rischi reali per le attività umane (anche quelle russe visto che il riscaldamento medio dell’aria registrato nel Paese dal 1907 è di 1,29 °C contro i 0,74 °C medi del resto del mondo) e occorre anzi agire al più presto per contrastarlo. E’ questa la nuova linea politica approvata inaspettatamente, senza dibattiti pubblici né scalpori politici, dal gabinetto russo il 23 aprile 2009 (in contemporanea con l’Incontro dei Ministri G8 dell’Ambiente a Siracusa?). Una check list di azioni da intraprendere al più presto, che Nature ritiene possa costituire un valido punto di partenza per le negoziazioni in dicembre a Copenhagen 2009.

Proprio qualche giorno fa, a latere del G8 Energy Ministers Meeting, commentavamo come il risparmio energetico fosse divenuto per la prima volta un’asse strategico della politica energetica russa.

Che il “clima” pre-Copenhagen 2009 proprio stimoli la responsabilizzazione climatica (ed energetica) delle componenti politiche e imprenditoriali internazionali? Gli scettici permangono e vedono dietro alla nuova mossa russa ancora un interesse specifico per il suo gas. Molto interessante in tal senso il commento di Elmar Veerman all’articolo di Nature: nel frattempo (lungo) che la Comunità Internazionale impiegherà per diffondere significativamente le tecnologie ad alta efficienza e le energie rinnovabili, il gas sarà la miglior fonte energetica che i Paesi impegnati in un Kyoto 2 potranno adottare per ridurre le loro emissioni (senza inciampare nel politicamente spinoso nucleare). L’acquisto massiccio di gas (russo) sarà allora un’azione pienamente green e…auspicabile.

E chissà che nel frattempo lo scioglimento della calotta artica renda più agevole lo sviluppo dei nuovi giacimenti siberiani (tra cui la cara penisola di Yamal).

Il banco di prova di questo (r)innovato impegno russo sarà probabilmente Copenhagen 2009, e il seguito che il governo russo vorrà imprimere alle decisioni allora concordate.





Ministri dell’Energia G8 e World Business Summit: analisi delle Parole Chiave e il ruolo dei Governi

27 05 2009

 

Tecnologie, infrastrutture, investimenti, prezzi, regolamentazioni, trasparenza, ricerca, cooperazione: sono i termini con cui più ci siamo confrontati in questi giorni di G8 Energy Ministers Meeting e di World Business Summit on Climate Change. Rileggendo le Dichiarazioni finali di questi vertici (vedi i post precedenti sul G8 Energia e sul WBS), essi sono infatti i termini che vi ricorrono più spesso.

Perché? Perché essi stanno in un rapporto (necessario) di causa-conseguenza al fine di giungere non solo ad una Green Growth, ma anche ad una maggiore affidabilità delle forniture energetiche. Ovvero, secondo il lessico utilizzato in questo blog (vedere la pagina “Sostenibilità Energetica si presenta”) per giungere alla complessiva Sostenibilità Energetica del Sistema Economico.

Per meglio cogliere i legami tra queste parole chiave vi propongo un bello schema dell’International Energy Agency, contenuto nel Paper “Ensuring Green Growth in a Time of Economic Crisis: The Role of Energy Technology presentato all’Incontro dei Ministri G8 dell’Ambiente (questa volta) tenutosi a Siracusa tra il 22 e il 24 aprile 2009. Per ingrandirla, cliccate sull’immagine.

 

IEA_Ensuring green growth

E’ necessario che i Governi organizzino e supportino attivamente i fattori push e pull di sviluppo delle tecnologie pulite, qualora si voglia giungere ad una Transizione Energetica rapida: è quanto l’IEA sottolinea con forza in questo Paper, raccomandando che tale transizione avvenga entro il 2050.

Questo appello dell’IEA all’impegno dei Governi corrisponde all’identica richiesta formulata dal mondo degli affari nel World Business Forum on Climate Change chiusosi ieri a Copenhagen. Vedremo dunque come i Governi si comporteranno, in primis, al G8 Energia de L’Aquila in programma per luglio e, a livello globale, a Copenhagen 2009 in dicembre.

Nel frattempo vi invito molto a leggere l’intero Paper che presenta peraltro un ampio stato dell’arte sullo sviluppo e la diffusione delle Tecnologie pulite. Non escludo di commentarlo ulteriormente in altri post.





World Business Summit on Climate Change (24-26 maggio 2009): conclusioni de “The Copenhagen Call”

27 05 2009

 

Gli industriali sono pronti ad affrontare i cambiamenti necessari che il mondo del business dovrà subire per contenere il riscaldamento globale entro (massimo) i 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali.

E’ quanto emerge dal WBS conclusosi ieri a Copenhagen dopo 3 giorni di lavori che hanno visto gli executives delle maggiori imprese internazionali (non solo energetiche quindi) discutere il loro impegno per la lotta al Global Warming. Per la discussione del programma e delle aspettative pre-summit ecco il post dedicatovi.

Gli industriali non intendono giocare il ruolo dei conservatori in materia di Climate Change, non vi hanno alcun interesse: è questo ciò che l’ambizioso Call (in 6 punti e 4 pagine) intende dimostrare. In esso, si riconosce la validità dei risultati del Quarto Rapporto dell’IPCC (International Panel on Climate Change) e dei maggiori costi che deriverebbero dalla non-azione immediata rispetto all’intervento.

In particolare, in materia di opportunità di business e di nuovi posti di lavoro derivanti dalla lotta al Cambiamento Climatico, i businessmen appaiono ben più espliciti dei Ministri dell’Energia riuniti negli stessi giorni a Roma.

Essi riconoscono la centralità del loro ruolo per combattere il Cambiamento Climatico: “Businesses will be responsible for building much of the infrastructure needed to protect us from climate impacts“. Riaffermando come il mondo degli affari dia il suo meglio quando si tratta di innovare, chiedono un Trattato coraggioso capace di eliminare l’incertezza che finora ha circondato gli investimenti “in sostenibilità”.

Si ha in un certo senso l’impressione che siano ora i businessmen a voler mettere fretta ai politici internazionali: è infatti compito di questi ultimi implementare le opportune politiche al fine di ridurre il più possibile i costi a breve termine per le aziende. Sono questi costi infatti che, malgrado i probabilissimi benefici nel medio-lungo periodo, rischiano di mettere in crisi molte tra le imprese che si impegnassero nella Green Growth.

Standard e regolamentazioni, possibilmente armonizzati a livello internazionale, vengono indicati tra gli strumenti migliori per ridurre le emissioni, favorendo il ricorso a tecnologie più pulite ed efficienti.

Infine, gli industriali affrontano due temi per nulla trattati nel corso del meeting dei Ministri dell’Energia: la necessità di aiutare l’adattamento al Cambiamento Climatico delle popolazioni più esposte e la preservazione delle foreste per le loro capacità di assorbimento delle emissioni.

Il Call verrà presentato alla Conferenza delle Parti alla UNFCCC di Copenhagen in dicembre e gli industriali si sono impegnati a sostenerne e portarne avanti i 6 punti durante i sei mesi che ci separano dall’evento.