Creare il post-Kyoto dopo i Climate Change Talks di Bonn: recriminazioni e ordine sparso?

15 06 2009

 

Allarmanti opinioni emergono in merito ai Bonn Climate Change Talks ad un weekend di distanza dalla loro conclusione avvenuta venerdì 12 giugno dopo 2 settimane di negoziati. Opinioni estremamente dissonanti con quanto espresso precedentemente dallo stesso Direttore Esecutivo della UNFCCC, Yvo de Boer, nel comunicato stampa ufficiale di conclusione dei lavori. E ben diverse dai pur limitati ottimismi che avevamo potuto rilevare nel precedente post dedicatovi.

L’espressione “physically impossible che lo stesso Yvo de Boer in data 11 giugno (giusto alla vigilia del termine dei lavori) aveva riservato al raggiungimento di un accordo a dicembre è stata infatti rilanciata da più parti. Il tema più spinoso, come rilevato, concerne la determinazione delle specifiche riduzioni nelle emissioni che ogni Paese accetta di attribuirsi: in merito, opposizioni importanti si rinvengono non solo tra Paesi industrializzati e in via di sviluppo, ma all’interno degli stessi Paesi sviluppati e tra gli emergenti e i Paesi più poveri.

Ed si fa insistente l’opzione di un mercato internazionale delle emissioni anche fuori da un quadro concordato a livello di Nazioni Unite (di UNFCCC dunque), come riportato nello stesso sito ufficiale della Conferenza di Copenhagen. La questione posta è di efficienza: dal momento che qualcosa per ridurre le emissioni va fatto, saranno più efficienti delle misure nazionali legalmente vincolanti sul piano domestico o un complessivo accordo internazionale che vincoli tutti (e che metta d’accordo tutti)?

Una delegittimazione degli sforzi ONU? una sconfitta del multilateralismo? una sconfitta dei Regimi Internazionali e di tutta la Teoria di Relazioni Internazionali che vi giace dietro? un segnale di volontà politica forte contro i gelosismi diplomatichesi interni alle Nazioni Unite, genere se-tu-non-ti-impegni-io-non-mi-impegno e hai-inquinato-e-ti-sei-sviluppato-ora-devi-impegnarti-di-più? una vittoria del buon senso e dell’urgenza di agire comunque? che opportunità, che minacce di tutto ciò?

Di fatto, al momento attuale le Parti sembrano condursi in ordine sparso:

Perché dunque opporsi alla fissazione di tetti nazionalmente determinati ma internazionalmente sanciti, di fronte a questi impegni volontari? La Ministro danese al Clima e all’Energia, Connie Hedegaard, auspica che i governi ai loro massimi livelli (e non solo i delegati) si riuniscano al più presto per superare tali particolarismi. Rinunciare ad un approccio internazionale-globale del problema del Cambiamento Climatico potrebbe infatti non solo tradursi in una capacità insufficiente di intervento sul fenomeno, ma anche in un’allocazione meno efficiente delle risorse finanziarie, tecnologiche e politiche per affrontarlo. Ovvero, a maggiori costi per tutti.

Food for thought, per ora. Nutrimento per il pensiero, dicono gli inglesi.





L’Unione Europea a 6 mesi da Copenhagen: un nuovo Parlamento, una nuova Presidenza e una Leadership da mantenere. Post 2: le rinunce forzate della Presidenza Svedese

14 06 2009

 

SwedenTaking on the challenge: ecco il motto che il Primo Ministro svedese, Fredrik Reinfeldt, riconosce alla propria Presidenza dell’Unione Europea, che si aprirà mercoledì 1° luglio 2009 e ci accompagnerà per 6 mesi fino ai cruciali appuntamenti di dicembre. In quanto Presidente di turno, la Svezia rappresenterà l’Unione alla Conferenza di Copenhagen 2009 e si appresta ora a iniziare il suo mandato con un Europarlamento appena eletto e una Commissione da rinominare. Here’s the challenge.

Ma anche Taking on the challenge di conciliare le priorità energetico-ambientali che l’Unione, e la Svezia, si erano date da tempo per questo semestre e le necessità immanenti di lotta alla disoccupazione e alle discriminazioni sociali che l’attuale Crisi economica ha fatto montare. E’ dunque comprensibile come, diversamente dai suoi predecessori (come la Germania, la Francia, la Repubblica Ceca), sia difficile trovare in rete un programma organico dell’azione che la Svezia si prefigge di realizzare in questi mesi: il sito della futura Presidenza delinea le priorità che ogni singolo Consiglio dei Ministri Europei dovrà darsi, ognuno nel limite delle proprie competenze. Ecco che sembra mancare una gerarchizzazione formale dei diversi temi: il rimescolamento indotto dalla Crisi ha obbligato la Presidenza a rivedere i propri obiettivi e a pensare piuttosto ad una conduzione estremamente flessibile, addirittura quotidiana, della situazione, come ben sottolineato nel sito del Governo svedese. La Svezia erediterà dai predecessori, ancor più del consueto, una sostanziosa parte della sua agenda.

Ma il Primo Ministro Reinfeldt ha il tempo, in data 9 giugno, di delineare, almeno informalmente, le sue priorità. E la lotta al cambiamento climatico rimane in seconda posizione, all’interno di un duo prioritario, comprensibilmente dopo la gestione dell’uscita strutturale dall’attuale crisi finanziaria ed ora occupazionale e sociale. Si tratta nondimeno di un rovesciamento significativo: l’impegno contro il Climate Change veniva considerato da numerosi analisti, ancora nell’autunno scorso, come la top one priority della Presidenza svedese, ancor prima di un generico, ma da tutti preteso, rilancio della competitività, della crescita e dell’occupazione europee.

E quest’impegno viene da lontano, non solo per la Svezia tradizionalmente sensibile a questi temi (si pensi a dove si svolse la prima conferenza internazionale sui rapporti tra ambiente naturale e attività umana nel lontano 1972: a Stoccolma). Orientativamente a partire dal 2007, con la Presidenza tedesca e il famoso Pacchetto 20-20-20, all’interno del dibattito energetico/ambientale europeo si percepisce uno shift dalle priorità ”Sicurezza Energetica” e “Creazione del Mercato Unico dell’Energia” (dogmi del documento fondante della Politica Energetica Europea, il ”Libro Verde per una Strategia Europea per un’Energia Sostenibile, Competitiva e Sicura“) alla promozione di una vera e propria “Transizione ad un’Economia sostenibile, a basso contenuto di carbonio”, passando per la divisa “A sustainable energy“.

Ebbene quest’evoluzione si riflette nel sostanzioso Programma Tripartito redatto da Francia, Repubblica Ceca e Svezia per i rispettivi 18 mesi di Presidenza e comparso nel giugno 2008. Strumento volto a coordinare meglio gli sforzi sul medio periodo e a dare maggior coesione alle Presidenze europee in attesa che l’entrata in vigore di un nuovo Trattato UE potesse prevederla formalmente. Si tratta di un testo estremamente focalizzato sulla sfida climatica: 4 sui 17 capitoli (di cui il secondo in ordine di comparsa e di importanza) vi sono dedicati.

Un accordo internazionale globale e ambizioso per garantire all’Europa un’energia sostenibile e competitiva. E’ (era?) questa la strategia individuata: l’orizzonte, esplicito nel documento, è la Conferenza di Copenhagen 2009. Con la piena coscienza dell’esizialità della leadership europea per un successo dei negoziati e dell’opportunità per l’Europa, in tal senso, di ben terminare i suoi compiti per casa in adeguato anticipo. Trattasi, da un lato, dei suoi “pacchetti legislativi energetici” interni, al fine di essere preparata ai nuovi fardelli del post-Kyoto; d’altro lato, degli abboccamenti privilegiati (e preventivi) con USA, Russia, Cina, India, Brasile al fine di spianare la strada all’accordo di dicembre.

L’Europa non sembra più disposta infatti a prendersi da sola gli oneri della lotta al Cambiamento Climatico e individua chiaramente in un comune regime internazionale la miglior arma contro una perdita di competitività delle sue imprese. Nel documento stesso (e dunque ancor prima dell’esplodere completo della Crisi attuale) l’UE si dice disposta ad ampliare il suo impegno di riduzione delle emissioni a -30% (e non solo 20%) all’orizzonte 2020 rispetto ai livelli del 1990, qualora altri Stati intraprendono la stessa strada. Interessanti a questo proposito gli esiti del recentissimo round preliminare di negoziati sul testo a venire di Copenhagen.

In tal senso, particolarmente dure (diplomaticamente parlando) le parole che Reinfeldt ha avuto per gli altri Stati (fuori Europa) nel suo discorso del 9 giugno: “other developed countries MUST now follow” (“gli altri Paesi industrializzati devono ora seguir[ci]“), nessun più contenuto ”may”, “shall” o “should”. Anche il successivo riferimento diretto (e nominale) agli sforzi di Obama assume una connotazione particolarmente urgente e pressante.

Dunque, che dire?

La lotta al cambiamento climatico rimane tra le massime priorità dell’agenda europea, l’Europa è conscia dell’importanza della sua leadership. Ma il quadro non sembra roseo: le risorse economiche, e politiche e mentali, dell’Unione dovranno essere ripartite tra i diversi obiettivi di stabilizzazione finanziaria e di rilancio economico e occupazionale.

Taking on the challenge ricorda Reinfeldt: ogni crisi è un’opportunità, come si premunisce di cominciare il suo discorso, facendo eco a quanto ripetuto in sede G8 e World Business Summit. E vi è da considerare l’importantissima avanzata dei Partiti Ecologisti alle elezioni per l’Europarlamento: la domanda da parte della popolazione vi è tutta.

Peccato però che in sostegno al suo capitolo Clima, Reinfeldt sia poi costretto a promuovere le energie rinnovabili e le tecnologie pulite con un argomento un tantino dissonante: “non avete mai pensato a quanto raddrizziamo le nostre bilance commerciali e dunque le nostre finanze pubbliche se riduciamo il peso delle importazioni di combustibili fossili?”. Certo, in tempi di crisi finanziaria…..

 

Qui il post 1 sulle elezioni e gli immediati impegni parlamentari.





Creare il Post-Kyoto. The Bonn Climate Change Talks, Second Round (1-12 giugno 2009): più costruttivi ma poco ambiziosi

12 06 2009

 

CHI, QUANTO E IN QUANTO TEMPO dovrà ridurre le proprie emissioni? Sono queste le poste in gioco che non hanno ancora trovato risposta durante il secondo round dei Negoziati preliminari alla 15esima Conferenza delle Parti alla Convenzione delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (COP 15 dell’UNFCCC) che si terrà a dicembre a Copenhagen. In tale sede, quanto dovrà essere deciso non è niente di meno che il Regime post-Kyoto, a valersi dal 2013 al 2050.

E al momento non sembrano raggiunti i livelli minimi di riduzione che la “scienza” ci impone per scongiurare gli effetti insostenibili del Cambiamento Climatico. In questi giorni le proposte avanzate giungono complessivamente a garantire una riduzione, per il 2020, del 25% delle emissioni rispetto ai livelli del 1990: ben al di sotto dunque del 40% necessario.

I Governi hanno messo una posizione in chiaro: alla Conferenza di Copenhagen un Accordo di (comune?) impegno dovrà essere firmato. Il senso che qualcosa debba essere fatto, e rapidamente, ha dominato a Bonn e questo sembra il maggior risultato dei negoziati di questi giorni. Un risultato striminzito? Yvo de Boer, Segretario Esecutivo della UNFCCC, stima si tratti piuttosto di un passo assolutamente importante: i Governi sono oggi pronti ad impegnarsi per raggiungere un accordo, “they are committed“. E questo costituisce l’assicurazione più importante per il successo di Copenhagen 2009.

La proliferazione delle proposte avanzate dai diversi Stati, che in più punti si sovrappongono e in altri si contendono, appare invece come il risultato più tangibile delle trattative. Il testo che dovrà costituire la base dei negoziati al vertice di dicembre (ulteriori round sono previsti in agosto, settembre e novembre) si è dunque gonfiato da 50 a 200 pagine. Scatenando la frustrazione della Ministro danese (Paese ospitante della COP 15 e impegnatissimo in materia) per il Clima e l’Energia, Connie Hedegaard, che vi scorge il rischio di un rallentamento importante dei negoziati e di atteggiamento passo-la-patata-bollente tra gli Stati, quando invece per la prima volta “i delegati pot[evano] discutere i primi veri testi negoziali“.

Quali dunque le posizioni che si sono “scontrate” a Bonn?

  • l’Unione Europea presenta le posizioni più avanzate, promettendo riduzioni del 20% per il 2020 rispetto ai livelli del 1990. Tuttavia non mancano attivisti come Greenpeace che denunciano l’indebolimento della sua capacità di leadership all’interno dei negoziati [consultate a questo proposito il dibattito sulla leadership europea in materia];
  • gli Stati Uniti e il Giappone minimizzano i tetti alle emissioni che si dicono capaci di rispettare: al 2020, rispettivamente il 4 e l’8% rispetto ai livelli del 1990. Inoltre, il Giappone ha proposto l’inclusione di Cina, India e Brasile nella “parte attiva della Comunità Internazionale” (ovverosia l’insieme degli Stati tenuti a ridurre da subito le proprie emissioni), in quanto “major emitters economies” e “major contributors” alle emissioni ad effetto serra. Da parte loro, i delegati USA, che devono tener conto della “digeribilità” per il Congresso del futuro accordo sul clima, hanno proposto ai Paesi emergenti e in via di sviluppo di impegnarsi sulle azioni da condurre ma non sul risultato;
  • i grandi Paesi emergenti come Cina, India e Brasile a tale inclusione si oppongono e si sentono pressati ad assumere formalmente tetti alle loro emissioni, pur non essendo inclusi nell’Annesso I alla UNFCCC che comprende i soli Stati (industrializzati) che, per ora, hanno la responsabilità storica (e legale) di ridurre le emissioni. In particolare questi Paesi temono il principio su cui queste richieste vengono avanzate: il criterio della grandezza nell’individuazione delle categorie di Stati. Rischierebbe di trattarsi di un precedente, con tutte le conseguenze di diritto internazionale che ciò implicherebbe;
  • infine, i Paesi in via di sviluppo, che prima di tutti soffrono le conseguenze del Cambiamento Climatico, chiedono a gran voce ai Paesi sviluppati di essere ben più ambiziosi e incisivi nei loro obiettivi di riduzione delle emissioni.

Quale il principale limite di questi Negoziati? La compresenza di due tavoli negoziali distinti con diverso mandato giuridico che si occupano però di tematiche profondamente interrelate. Si tratta dell’eredità di Bali (13esima Conferenza della Parti alla Convenzione ONU, nel 2007) che ha stabilito una Road Map basata su due Gruppi di lavoro:





L’Unione Europea a 6 mesi da Copenhagen: un nuovo Parlamento, una nuova Presidenza e una Leadership da mantenere. Post 1: i futuri impegni della Settima Legislatura Europea

11 06 2009

 

Gli ”Ecologisti Europei” costituiscono l’unico tra i Gruppi politici dell’Europarlamento ad aver visto aumentare le preferenze ricevute rispetto alla legislatura precedente. Questo in base ai dati disponibili fino ad oggi, che non comprendono ancora la scelta di campo che gli eletti ”indipendenti” (“others” nel grafico) compiranno prima del 14 luglio (sessione costitutiva del nuovo Parlamento) e che potete meglio consultare cliccando sull’immagine.

RISULTATI EUR_11 giugno

E’ una precisa domanda politica che i cittadini europei rivolgono alle loro istituzioni in materia di Ambiente ed Energia, quella che si riflette in tale risultato, nonché nella trasversale presenza in praticamente tutti i programmi elettorali di espliciti riferimenti a questi temi. Non si tratta dunque solo di una nuova sensibilizzazione della popolazione europea, o, come alcuni propongono, di un fenomeno di pura moda.

E tale risultato ci obbliga a porre, nelle pagine di questo blog, particolare attenzione all’impulso che l’UE sarà capace di imprimere alle politiche internazionali in tema di Sostenibilità Energetica. Per comprendere appieno la leadership che in tale ambito l’Unione Europea si è guadagnata, cercheremo di rendere conto anche delle fondamentali evoluzioni legislative avvenute nel corso della scorsa legislatura 2004-2009. Il tutto lo troverete sotto la nuova Categoria “L’Unione Europea e la Sostenibilità Energetica”.

Questo risultato, sempre lui, ci fa infine sperare per l’adozione di una posizione più ambiziosa dell’Unione nelle trattative internazionali per giungere, in dicembre a Copenhagen, al nuovo Accordo sul Clima. Come auspicato peraltro dal Commissario europeo all’Ambiente, Stavros Dimas, nel corso della recente Giornata Mondiale dell’Ambiente (5 giugno).

Per ora, l’adozione di nuove norme per migliorare l’efficienza energetica degli edifici e per introdurre l’etichettatura energetica dei pneumatici rappresentano i primi impegni nell’agenda del nuovo Parlamento Europeo in ambito energetico-ambientale. La loro approvazione permetterà di completare la traduzione in legge, o meglio in direttiva, delle proposte contenute nel Pacchetto “Efficienza Energetica”, avanzato dalla Commissione Europea in data 13 novembre 2008 nell’ambito della sua ”Second Strategic Energy Review – Securing our Energy Future“. Ricordiamo come l’approvazione di tale pacchetto abbia facilitato a sua volta la traduzione in direttive del precedente (del marzo 2007) Pacchetto Clima-Energia, meglio noto come 20-20-20, da parte del Parlamento Europeo, avvenuta in data 17 dicembre 2008. Avremo modo di discuterne. 

 

Per la discussione sugli impegni/limiti della Presidenza svedese subentrante, vogliate consultare il post 2.





Local Government Climate Change Leadership Summit (2-4 giugno 2009): valorizzare quanto già è stato fatto contro il Cambiamento Climatico

9 06 2009

 

A Copenhagen, in dicembre, saranno i Governi a decidere, ma poi per applicare veramente quanto prospettato molti altri attori dovranno non solo essere, ma anche sentirsi, attivamente coinvolti: e bisogna valutare quanto questi altri attori siano disposti e siano in grado di fare.

Questo è il messaggio, ancora una volta, di un ulteriore incontro al vertice tenutosi dal 2 al 4 giugno a Copenhagen, in preparazione della Conferenza di dicembre. Dopo quello delle Imprese, il World Business Summit on Climate Change.

E questa volta gli attori coinvolti sono le Municipalità e i Governi locali. Reti energetiche cittadine, smaltimento dei rifiuti, appalti pubblici, investimenti in edifici pubblici energeticamente efficienti, organizzazione dei trasporti pubblici: numerosi sono i capitoli che ricadono sotto il loro diretto controllo e che sono in grado di influire notevolmente sulle chances di lotta al Cambiamento Climatico. Pertanto, il loro appello ai Governi nazionali, seppur limitato a 3 striminzite pagine di Dichiarazione Finale, assume un tono particolarmente esigente.

Un approccio inclusivo che tenga conto di tutti i livelli di governo del territorio, dell’impatto specifico che il Cambiamento Climatico esercita sul piano locale e degli sforzi che sono necessari per garantire l’adattamento delle comunità alle sue conseguenze. Il rispetto di tale principio di Sussidiarietà (i problemi devono essere affrontati al livello di governo più vicino, quindi più basso, direttamente competente; solo in caso di incapacità di risolverlo da parte di questi, il caso sarà avocato dai livelli superiori) deve però accompagnarsi da un opportuno stanziamento di fondi. In tal senso, i Governi locali chiedono 1) che sia per loro possibile accedere ai meccanismi di finanziamento già previsti dal Protocollo di Kyoto e 2) che una particolare attenzione venga riservata ai Paesi a basso reddito.

Non solo: l’esperienza già formata delle Comunità locali nella lotta al Riscaldamento Globale deve essere riconosciuta, valorizzata all’interno del futuro accordo che vedrà la luce in dicembre e coordinata a livello nazionale e transnazionale. A tal fine, il Local Government Climate Change Leadership Summit ha inaugurato un innovativo sito Internet interattivo, the ClimateActionMap.org, che permetterà alle Comunità di scambiarsi informazioni sui loro attuali progetti di contenimento e adattamento al Riscaldamento Globale e imparare in tal modo una dall’altra.

Che dire?

1) alla luce della sempre più auspicata opportunità di costituire un Modello Energetico maggiormente decentralizzato, fondato sulle energie rinnovabili, il coinvolgimento dei Governi locali appare esiziale;

2) le Comunità locali rappresentano, per loro natura, la scala sulla quale più si è fatto concretamente per combattere il Cambiamento Climatico: valorizzare la loro esperienza costituisce un’occasione per riconoscere che qualcosa si può fare, qualcosa è stato fatto e credibilizzare complessivamente le azioni internazionali in materia;

3) l’impegno del governo danese, nella persona soprattutto della Ministro per il Clima e l’Energia Connie Hedegaard, appare davvero notevole. In particolare, il susseguirsi di incontri contribuisce a:

      a) mobilitare e sensibilizzare gli attori, anche quelli da cui spontaneamente non proverrebbe nulla, obbligandoli a riflettere almeno un istante sul tema: farli sentire rilevanti ai fini della risoluzione del problema;

      b) creare occasioni di federazione e di aggregazione delle posizioni degli attori: la possibilità, per le aziende, le municipalità, etc. di discutere tra loro e negoziare delle posizioni comuni rende ogni posizione raggiunta più solida e motiva gli attori che l’hanno formulata a difenderla più fermamente in sede di Conferenza dei Governi;

      c) credibilizzare la Conferenza di Copenhagen agli occhi di tutti gli attori che vi parteciperanno e che usufruiranno dei suoi risultati (i cittadini “del mondo” per intendersi);

      d) creare aspettative consistenti a livello internazionale sui Governi, accrescendo la percezione delle loro responsabilità qualora fallissero in dicembre.





Alumni Day SID – Scienze Internazionali e Diplomatiche – Gorizia (6 giugno 2009): la Sostenibilità Ambientale e la Sicurezza Energetica in primo piano

7 06 2009

 

Solo un approccio inclusivo e non esclusivo può fornire risposte efficaci e durature alla Questione Energetico-Ambientale. E’ necessario investire ora e massivamente  IN TUTTE LE SOLUZIONI economicamente praticabili, siano esse le energie rinnovabili, il nucleare, il carbon capture and storage (CCS) o l’efficienza energetica. Una non può sostituire l’altra, vi è urgente bisogno della loro somma e della loro reciproca interazione.

ALUMNIQuesti i risultati del Convegno “Sostenibilità Ambientale e Sicurezza Energetica: l’impatto sull’Agenda Internazionale” organizzato all’interno dell’Alumni Day SID 2009. L’evento ha riunito i laureati formati nel Corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche di Gorizia per festeggiare insieme i 20 anni del primo e più prestigioso percorso di studi internazionalistico italiano. Istituito per Decreto nel 1986 e da sempre restato a numero chiuso con poderoso esame di entrata, esso costituisce il fiore all’occhiello della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Trieste, prima in Italia secondo la classifica CENSIS 2008/2009.

E gli studenti di questo impegnativo corso, organizzati nell’Associazione degli Studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche (ASSID), hanno saputo organizzare, brillantemente, una giornata estremamente costruttiva, come riconosciuto dallo stesso Rettore Francesco Peroni. Nel corso di 10 workshop, strutturati per macroarea lavorativa, e della successiva Cena di Gala nella cinta del Castello di Gorizia, gli Alumni hanno reso partecipi gli attuali studenti delle loro esperienze e dei loro (ammirabili) successi. [Per visionare il programma completo dell'evento consultate questo link.]

E questi stessi Alumni hanno organizzato il Convegno che ha aperto la giornata. Di primo livello i relatori: Sandro Furlan (Professore di Geopolitica dell’Energia, Responsabile del Network Internazionale di ENI Corporate University), Paolo Ruzzini (Presidente e Amministratore Delegato di Slovénske Electrarne a.s., società del Gruppo Enel), Luis Martin Oar (Capo Unità Commissione ITRE -Industria, Ricerca, Energia- dell’Europarlamento) e Edoardo Maffeis (Energy Manager presso Italgen s.p.a., società per le Energie Rinnovabili del Gruppo Italcementi), moderati da Roberto Francia.

Notevolissima la convergenza tra i punti di vista di questi operatori, appartenenti a realtà estremamente diverse per quanto interconnesse. Tre sono gli imperativi che con sempre maggior urgenza si impongono in materia energetica, sia essa letta da una prospettiva istituzionale o aziendale: SOSTENIBILITA’, COMPETITIVITA’ e SICUREZZA DELLE FORNITURE. La sfida è tradurre coordinatamente tali priorità in uno SFORZO DI INVESTIMENTI da 3.000 miliardi di $ da oggi al 2030.

E qui l’attuale crisi economica pone al contempo un rischio e un’opportunità. La priorità per le finanze pubbliche di dare sostegno all’economia, scoraggia i fondi per la ricerca e i sussidi per le energie rinnovabili; la contrazione dei fatturati delle imprese energetiche che fa seguito all’abissarsi dei prezzi del petrolio rende particolarmente cauti gli operatori e riduce la loro disponibilità a investire, tanto nelle energie fossili quanto nelle rinnovabili, che sempre causa petrolio “poco” caro diventano anche meno competitive. Nello stesso tempo, i diversi attori economici e politici si convincono sempre più di come la low carbon economy costituisca una meravigliosa occasione di rilancio dell’economia, una potenziale miniera di posti di lavoro e di ricchezza.

In questo quadro le aziende chiedono alle istituzioni di aiutarle a rendere più certo e rapido il RITORNO SUGLI INVESTIMENTI. Non bastano infatti la liberalizzazione dei mercati energetici e la conseguente accelerazione nei processi di internazionalizzazione e concentrazione delle aziende energetiche e delle energy utilities. Le aziende hanno bisogno di un quadro politico coerente nel medio-lungo termine che si traduca in un framework normativo (e di agevolazioni) stabile per tutto il periodo dell’investimento, nonché possibilmente condiviso, nelle sue linee guida, a livello internazionale, onde non creare condizioni unfair di competizione.

E su tale punto i diversi relatori “aziendali”, che si dicono pronti a raccogliere la sfida, hanno riproposto all’Unione Europea la questione della leadership. E in questo suggestivo dialogo tra operatori internazionali che si è svolto attorno alla tavola dell’Aula Magna del Polo Universitario Goriziano, l’Europarlamento ha risposto che l’UE si è resa conto di essersi troppo a lungo focalizzata solo sulla liberalizzazione del mercato energetico e poco sull’accompagnamento delle aziende verso gli opportuni investimenti, sostenibili per loro in quanto aziende e sostenibili per la società nel suo complesso.

 

Come questa riproposizione dei passaggi chiave ci suggerisce, i temi affrontati ieri a Gorizia ricalcano perfettamente gli argomenti di dibattito su cui la Comunità Internazionale, a livello di governi quanto di corporate, si confronta in questi mesi. Basti ripercorrere quanto precedentemente rilevato in materia di G8, di World Business Summit on Climate Change e di Giornata Mondiale per l’Ambiente. Non a caso il Convegno si è aperto ricordando le aspettative che vigono in merito alla 15esima Conferenza delle Parti alla UNFCCC che si svolgerà a Copenhagen in dicembre.

Che dire?

1) Innanzitutto una profonda evoluzione delle coscienze rispetto al 2007, periodo in cui redassi la mia Tesi di Laurea sulla Sostenibilità Energetica: all’epoca pure al SID goriziano, la cui popolazione d’eccellenza è estremamente ricettiva rispetto ai grandi temi di attualità, la Questione Energetica appariva ancora come troppo tecnica (e poco politica) e solo la continua avanzata del prezzo del petrolio sollevava dei campanellini d’allarme;

2) un forte ringraziamento all’ASSID (Associazione degli Studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche) per contribuire a mantenere viva questa ricettività e sensibilità, direi anche lungimiranza, che da sempre ci caratterizza come studenti e come persone;

3) il piacere di rilevare come ancora una splendida iniziativa sia stata organizzata presso il Polo Universitario di Gorizia: ih ih ih scoprite quale qui!





La Giornata Mondiale dell’Ambiente (5 giugno 2009): “Your planet needs you”. L’impegno del Messico.

2 06 2009

 

Sempre con un riferimento a “Copenhagen 2009″, conferenza che in dicembre dovrebbe proporre un Trattato post-Kyoto più efficace e condiviso, si aprirà tra 3 giorni la Giornata Mondiale per l’Ambiente, organizzata dall’UNEP ogni 5 giugno dal 1972.

E ancora emerge un rimando chiaro alla crisi economica e alle opportunità che essa apre per un ”Green New Deal”, come sottolinea il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon nel suo messaggio. L’invito questa volta è rivolto non solo ai governi, riuniti in sede G8, o alle imprese internazionali, che si sono incontrate durante il World Business Summit on Climate Change, ma ai normali cittadini.

Coinvolgere attivamente gli individui come attori di uno Sviluppo più equo e Sostenibile e sensibilizzare le Comunità sul loro ruolo chiave per la lotta Cambiamento Climatico rappresentano infatti le priorità della giornata.

La protezione delle foreste, la lotta alla povertà e la lotta al Global Warming sono stati proposti quali sottotemi dal Messico, Paese ospitante dell’iniziativa in ragione del suo crescente impegno contro il Cambiamento Climatico. Come sottolinea Juan Elvira, Ministro messicano all’Ambiente e alle Risorse Naturali, il recupero delle foreste rappresenta infatti una priorità nazionale per il governo.Governo che si sta impegnando a “creare un Paese di eque opportunità, produttivo, efficiente, competitivo e rispettoso dei suoi asset naturali”. Il riconoscimento da parte della società civile e degli attori economici di tali asset (in termini sia di risorse sia di servizi che gli ecosistemi forniscono all’uomo -come il ciclo dell’acqua, dei rifiuti….-) come fondamenti dello sviluppo economico e del benessere sociale, rappresenta parte integrante di tale strategia.

Si tratta di una posizione estremamente avanzata e interessante, come riconosce Achim Steiner, Sottosegretario Generale ONU e Direttore Esecutivo dell’UNEP (Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite). Il Messico, non obbligato dal Protocollo di Kyoto ad alcuna limitazione alle emissioni, si è nondimeno impegnato volontariamente a porsi un tetto nazionale; il Paese si sta inoltre dedicando ad una profittevolissima produzione per l’esportazione di pannelli solari e, nella regione, è secondo solo al Brasile per ricorso ai Meccanismi di Sviluppo Pulito (Clean Development Mechanisms) istituiti con il Protocollo di Kyoto per i Paesi “in via di Sviluppo”. E come se ciò non bastasse, il governo remunera i cittadini proprietari di terre forestali affinché le proteggano.

L’augurio degli organizzatori è che l’impegno volontario di questo Paese (che ha compreso come l’Economia Verde possa generare un bel po’ di posti di lavoro) sia di esempio per tutti gli altri, a 190 giorni dall’appuntamento chiave di Copenhagen. Per ora, il motto che questa giornata vuole lanciare sembra essere “Seal the Deal” (in italiano suonerebbe “sigillare il patto”, “determinare il gioco”) a Copenhagen.





La Russia ad un turning point: una Nuova Dottrina di fronte al Cambiamento Climatico

28 05 2009

 

L’assenza di un opportuno sistema di adattamento al Cambiamento Climatico determina per la Russia una perdita annuale del 2-5% del PIL. E’ quanto afferma con forza Yuri Trutnev, Ministro russo per le Risorse Naturali, di fronte alle inondazioni, siccità e tempeste che colpiscono sempre più spesso il territorio della Federazione Russa. Per costi stimati attorno ai 2 miliardi di dollari ogni anno.

La Russia, questo Paese complesso e affascinante, ci offre oggi una splendida occasione per osservare la progressiva presa di coscienza dell’imperativo della “Sostenibilità Energetica” da parte della Comunità Internazionale. O meglio, ci mostra quanto la Comunità Internazionale abbia interesse a prendere tale coscienza.

Prima di 23 aprile 2009, le origini antropogeniche del Riscaldamento Globale e la portata dei suoi impatti erano infatti trattate con notevole indifferenza al Cremlino. La posta nel “gioco” della governance mondiale del Clima appariva peraltro ridotta per la Federazione: la firma russa nel 2004 permise al Protocollo di Kyoto di entrare in vigore, tuttavia essa implicava per il Paese un impegno quantitativamente limitato, visto il crollo post-1990 dei mastodontici livelli di emissione di gas serra sovietici (essendo il 1990 l’anno di rilevazione per il livello di emissioni da ridurre secondo Kyoto). Una firma con cui la Russia voleva piuttosto sdebitarsi del supporto che l’UE le aveva prestato per entrare nel WTO.

Ora invece il Global Warming è ritenuto portatore di rischi reali per le attività umane (anche quelle russe visto che il riscaldamento medio dell’aria registrato nel Paese dal 1907 è di 1,29 °C contro i 0,74 °C medi del resto del mondo) e occorre anzi agire al più presto per contrastarlo. E’ questa la nuova linea politica approvata inaspettatamente, senza dibattiti pubblici né scalpori politici, dal gabinetto russo il 23 aprile 2009 (in contemporanea con l’Incontro dei Ministri G8 dell’Ambiente a Siracusa?). Una check list di azioni da intraprendere al più presto, che Nature ritiene possa costituire un valido punto di partenza per le negoziazioni in dicembre a Copenhagen 2009.

Proprio qualche giorno fa, a latere del G8 Energy Ministers Meeting, commentavamo come il risparmio energetico fosse divenuto per la prima volta un’asse strategico della politica energetica russa.

Che il “clima” pre-Copenhagen 2009 proprio stimoli la responsabilizzazione climatica (ed energetica) delle componenti politiche e imprenditoriali internazionali? Gli scettici permangono e vedono dietro alla nuova mossa russa ancora un interesse specifico per il suo gas. Molto interessante in tal senso il commento di Elmar Veerman all’articolo di Nature: nel frattempo (lungo) che la Comunità Internazionale impiegherà per diffondere significativamente le tecnologie ad alta efficienza e le energie rinnovabili, il gas sarà la miglior fonte energetica che i Paesi impegnati in un Kyoto 2 potranno adottare per ridurre le loro emissioni (senza inciampare nel politicamente spinoso nucleare). L’acquisto massiccio di gas (russo) sarà allora un’azione pienamente green e…auspicabile.

E chissà che nel frattempo lo scioglimento della calotta artica renda più agevole lo sviluppo dei nuovi giacimenti siberiani (tra cui la cara penisola di Yamal).

Il banco di prova di questo (r)innovato impegno russo sarà probabilmente Copenhagen 2009, e il seguito che il governo russo vorrà imprimere alle decisioni allora concordate.





World Business Summit on Climate Change (24-26 maggio 2009): conclusioni de “The Copenhagen Call”

27 05 2009

 

Gli industriali sono pronti ad affrontare i cambiamenti necessari che il mondo del business dovrà subire per contenere il riscaldamento globale entro (massimo) i 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali.

E’ quanto emerge dal WBS conclusosi ieri a Copenhagen dopo 3 giorni di lavori che hanno visto gli executives delle maggiori imprese internazionali (non solo energetiche quindi) discutere il loro impegno per la lotta al Global Warming. Per la discussione del programma e delle aspettative pre-summit ecco il post dedicatovi.

Gli industriali non intendono giocare il ruolo dei conservatori in materia di Climate Change, non vi hanno alcun interesse: è questo ciò che l’ambizioso Call (in 6 punti e 4 pagine) intende dimostrare. In esso, si riconosce la validità dei risultati del Quarto Rapporto dell’IPCC (International Panel on Climate Change) e dei maggiori costi che deriverebbero dalla non-azione immediata rispetto all’intervento.

In particolare, in materia di opportunità di business e di nuovi posti di lavoro derivanti dalla lotta al Cambiamento Climatico, i businessmen appaiono ben più espliciti dei Ministri dell’Energia riuniti negli stessi giorni a Roma.

Essi riconoscono la centralità del loro ruolo per combattere il Cambiamento Climatico: “Businesses will be responsible for building much of the infrastructure needed to protect us from climate impacts“. Riaffermando come il mondo degli affari dia il suo meglio quando si tratta di innovare, chiedono un Trattato coraggioso capace di eliminare l’incertezza che finora ha circondato gli investimenti “in sostenibilità”.

Si ha in un certo senso l’impressione che siano ora i businessmen a voler mettere fretta ai politici internazionali: è infatti compito di questi ultimi implementare le opportune politiche al fine di ridurre il più possibile i costi a breve termine per le aziende. Sono questi costi infatti che, malgrado i probabilissimi benefici nel medio-lungo periodo, rischiano di mettere in crisi molte tra le imprese che si impegnassero nella Green Growth.

Standard e regolamentazioni, possibilmente armonizzati a livello internazionale, vengono indicati tra gli strumenti migliori per ridurre le emissioni, favorendo il ricorso a tecnologie più pulite ed efficienti.

Infine, gli industriali affrontano due temi per nulla trattati nel corso del meeting dei Ministri dell’Energia: la necessità di aiutare l’adattamento al Cambiamento Climatico delle popolazioni più esposte e la preservazione delle foreste per le loro capacità di assorbimento delle emissioni.

Il Call verrà presentato alla Conferenza delle Parti alla UNFCCC di Copenhagen in dicembre e gli industriali si sono impegnati a sostenerne e portarne avanti i 6 punti durante i sei mesi che ci separano dall’evento.





Dichiarazioni Congiunte Incontro Ministri dell’Energia G8: riassunto e valutazioni (post 3)

26 05 2009

 

Eccoci infine all’ultima, più interessante e più ristretta (per numero di partecipanti) Dichiarazione congiunta resa (solo) dai Ministri del G8 e dal Commissario Europeo all’Energia. Per vedere il riassunto e le valutazioni delle precedenti Dichiarazioni congiunte, ecco i post della prima e della seconda.

Fin dall’inizio della Dichiarazione, compare un esplicito riferimento alla Conferenza di Copenhagen 2009, per il cui successo il G8 e l’UE esprimono il loro impegno.

Una ripresa economica che tenga conto e acceleri la transizione verso un nuovo Sistema (di Sviluppo) Economico: ecco il principale impegno di cui i Ministri ci fanno partecipi. “We are committed to promoting the economic recovery, accelerating the transition towards low-carbon, energy efficient development“. Vi si rileva una forte (e benvenuta) congruenza con lo scopo che si è dato il World Business Summit on Climate Change (in corso fino a domani a Copenhagen): “Shaping the sustainable economy”.

I Ministri riconoscono peraltro come la crisi attuale, con le azioni che sono state e che verranno prese per farvi fronte, costituisca un’opportunità imperdibile per sviluppare sinergie tra Ripresa Economica, Lotta al Cambiamento Climatico, Crescita Verde e Sviluppo Sostenibile.

Nell’affermazione della necessità di affrontare congiuntamente la questione del Cambiamento Climatico e della Sicurezza Energetica vi è inoltre un esplicito riconoscimento della consistenza del concetto di Sostenibilità Energetica: “Together with climate change, we must address the fundamental issues of energy security, availability and use”. L’intento specifico di questo impegno è giungere ad un’energia economicamente accessibile, sicura e sostenibile, capace di soddisfare sul lungo termine i bisogni mondiali: “affordable, safe and sustainable energy to meet long term world needs”.

Per raggiungere tale traguardo, un’importanza centrale viene attribuita al risparmio e all’efficienza energetica, da incrementare attraverso:

 § l’implementazione di politiche effettive per l’efficienza energetica in tutti i settori economici e ricorso ad uno spettro più ampio di strumenti (es: fondi pubblici, incentivi fiscali, trasparenza dei quadri regolamentari);

 § un approccio differenziato e specifico per settore economico;

 § la standardizzazione a livello internazionale delle metodologie di misura dei miglioramenti conseguiti;

 § la riduzione o eliminazione delle barriere tariffarie e non al commercio internazionale di beni e servizi ambientali;

 § l’adozione di meccanismi di mercato per la diffusione e lo sviluppo delle tecnologie a basse emissioni;

 § il rafforzamento delle partership pubblico-privato, in particolare nei Paesi in via di sviluppo.

Infine, i Ministri G8 dettano una serie di priorità che una piattaforma internazionale per le tecnologie energetiche (energy technology platform), come quella istituita con la firma dell’IPEEC (International Partnership for Energy Efficiency Cooperation), dovrebbe perseguire:

 § nella sua fase di lancio, concentrarsi su un limitato numero di tecnologie chiave (quelle suggerite: energia solare, eolica, reti elettriche intelligenti, veicoli a basse emissioni, modernizzazione delle centrali elettriche a carbone, CCS e nucleare);

 § massimizzare l’uso efficiente delle risorse disponibili, creando sinergie tra le diverse attività esistenti;

 § evitare la creazione di ulteriori entità internazionali in materia energetica.